Giuseppe Verdi e il Risorgimento

di Maria Rosa Mazzola

La popolarità del melodramma nell'ottocento

Nell'Ottocento tra le varie forme di musica il melodramma era senz'altro la forma che più godeva del favore del pubblico e suscitava un grande interesse sia nelle persone semplici che negli intellettuali e negli aristocratici. La rappresentazione di un'opera era allora un evento di straordinario interesse: per effetto della sua natura che mette insieme lo spettacolo scenico, la musica e l’intreccio narrativo spesso commovente, essa costituiva un'occasione unica capace di suscitare vero impeto in un'epoca in cui le possibilità di intrattenimento non erano molte. Per questo molti guardavano al melodramma come a uno dei mezzi più efficaci per far conoscere le nuove idee di libertà, di indipendenza e di amor di patria.

La Musica di Verdi - colonna sonora del Risorgimento

Le opere che Giuseppe Verdi scrisse tra il 1842 e il 1849 avevano tutte una forte componente patriottica e vennero tutte accolte dall'entusiasmo del pubblico. Le arie e i cori che parlavano ai cuori e alle coscienze, venivano bissati in teatro e cantati nelle piazze, andando in un certo senso a costituire la "colonna sonora" del Risorgimento.

Giuseppe Verdi

Da allora iniziò il mito di Giuseppe Verdi, mito che continua tuttora, perché, come disse il presidente Ciampi in occasione del centenario della morte di Verdi, "se l'Italia divenne una sola nazione lo si deve anche a lui e alla forza del suo linguaggio musicale".

L'opera risorgimentale

Quando Verdi portò Nabucco alla Scala era un giovane di ventinove anni che non presentava particolari velleità patriottiche o sobillatrici. Verdi aveva un unico desiderio, fortissimo e comprensibile: voleva affermarsi artisticamente. Verdi voleva uscire da quel tunnel buio nel quale era entrato negli ultimi anni e nel quale aveva sopportato tragedie immense come l’annientamento della sua famiglia, gli stenti placati solo dall’aiuto di Barezzi e di qualche amico, l’umiliazione prodotta dall’insuccesso di Un giorno di Regno.

Nabucco - Una fortunata combinazione

Verdi ambiva al successo, alla tranquillità economica, all’indipendenza. Perciò quando si ritrovò fra le mani il libretto di Nabucco è inverosimile che si fosse messo a tavolino per progettare un’opera che avrebbe inaugurato il risorgimento musicale italiano.

Fu una fortunata combinazione il fatto che il libretto contenesse la storia di un popolo oppresso da un potere straniero. Fu una combinazione il fatto che Verdi potesse rappresentare quest’opera alla Scala, nel più importante teatro italiano, in una delle città dove il movimento liberale si stava animando. Non fu una combinazione la musica travolgente che Verdi seppe imporre a questo libretto, una musica accesa, infiammata, vivida. Era questa la musica dell’anima verdiana ed era perfettamente calibrata per evocare una sentimentalità patriottica.

I Lombardi alla prima Crociata

L’opera successiva a Nabucco fu I Lombardi alla prima Crociata. Opera simile al Nabucco dal punto di vista compositivo. Stessa sequenza di brani, cori posti con funzione drammatica analoga, temi musicali con evidenti similitudini, focosità replicata ed accresciuta.

I Lombardi alla prima Crociata

Ancora opera di masse, di grandi temi popolari. I Lombardi alle prese con una Crociata, ed i riferimenti alla grande Crociata che gli italiani dovevano decidersi ad intraprendere furono intenzionalmente marcati. Per raggiungere l’effetto che cercava, Verdi, utilizzò ogni mezzo. Tamburi, trombe squillanti, cori, preghiere, invocazioni a Dio, tutto ciò che poteva infiammare il pubblico.

Va pensiero e O Signore dal tetto natio

Il popolo, protagonista in Nabucco come nei Lombardi, si presenta però in quest’ultima con ruolo diverso, opposto rispetto a quello che contraddistingue lo sfortunato popolo ebraico di Nabucco. Una prova di questa diversità ce la offre il coro “O signore dal tetto natio”, simile al Va pensiero” nel ruolo emotivo ma antitetico nella psicologia di fondo.

Va pensiero

Nel “Va pensiero” gli Ebrei sognano la loro terra natia; nel coro de I Lombardi i milanesi sognano le loro belle colline nebbiose, fresche e attraversate dai fiumi.

Ma mentre nel Va pensiero” gli Ebrei sono conquistati ed oppressi dai cattivi assiri, nel coro dei Lombardi, i lombardi sono ad Antioca, durante una Crociata, a giocare il ruolo di invasori, di conquistatori. Piccola differenza che comunque ci mostra quanta diversa intenzione ci sia fra le due opere. Verdi, nei Lombardi, comincia a porre i buoni fra gli attivi, i belligeranti. I buoni non sono più gli Ebrei rassegnati, ora sono i lombardi battaglieri.

La battaglia di Legnano

Con il librettista Salvatore Cammarano, da sempre sostenitore di aspirazioni patriottiche, a Napoli, Verdi mise in scena, non senza problemi con la censura, La battaglia di Legnano. Questa opera, dal contenuto sovversivo, fu rappresentata durante la Repubblica romana, la sera del 27 gennaio 1849, qualche giorno avanti la proclamazione dell’effimera repubblica. Verdi, che curò personalmente l’allestimento della prima, ebbe un successo travolgente, tanto che il compositore fu investito di una onorificenza repubblicana. Questo fatto, però, danneggiò la fama dell’opera che, in altre riprese fatte durante l’Ottocento, fu sottoposta al cambiamento del titolo, dell’ambientazione e dei personaggi.

La battaglia di Legnano

Per quanto riguarda il compositore, subito dopo la prima, se ne andò frettolosamente a Parigi. Ma Verdi era uomo di musica e non d’armi; stando a Parigi si era illuso di poter comporre e portare avanti opere sovversive. La sua opera continuava a raccogliere consensi e a coinvolgere i patrioti che trovavano nella sua cifra melodica e nella sua vigorosa orchestrazione ispirazione e esortazione per le loro lotte.

Cappello all'Ernani e ...musica del cannone!

Durante le cinque giornate di Milano, un osservatore straniero, J. Alexander von Hübner, così scriveva: «In mezzo a questo caos di barricate si pigiava una folla variopinta. Preti molti col cappello a larghe tese, fregiato di coccarda tricolore, signori in giustacuore di velluto… borghesi portanti il cappello alla Calabrese o in onore di Verdi il cappello all’Ernani». Nell’aprile di quello stesso anno Verdi scrisse al librettista Piave, arruolato a Venezia nella Guardia Nazionale, una lettera nella quale faceva esplicite affermazioni: «… Sì, sì, ancora pochi anni forse pochi mesi e l’Italia sarà libera, una, repubblicana. Cosa dovrebbe essere? Tu mi parli di musica! Cosa ti passa in corpo?... Tu credi che io voglia ora occuparmi di note, di suoni?... Non c’è né ci deve essere che una musica grata alle orecchie degli Italiani nel 1848. La musica del cannone!...».

Il tramonto degli ideali risorgimentali

Ma i moti del 1848 si concluderanno con una sostanziale sconfitta dei sostenitori della rivoluzione e, con essi, anche gli ideali repubblicani subiranno un grave colpo. Tanti i nomi che passeranno alla causa monarchica e tra essi troviamo anche Verdi (appena eletto delegato per Busseto dopo l’annessione al Piemonte), che in una lettera dell’8 settembre 1859 scriveva al podestà di Busseto:

«L’onore che i miei concittadini vollero conferirmi nominandomi loro rappresentante all’Assemblea delle Provincie parmensi mi lusinga, e mi rende gratissimo. Se i miei scarsi talenti, i miei studi, l’arte che professo mi rendono poco atto a questa sorta d’uffizi, valga almeno il grande amore che ho portato e porto a questa nobile ed infelice Italia. Inutile il dire che io proclamerò in nome dei miei concittadini e mio: la caduta della Dinastia Borbonica; l’annessione al Piemonte; la Dittatura dell’illustre italiano Luigi Carlo Farini. Nell’annessione al Piemonte sta la futura grandezza e rigenerazione della patria comune. Chi sente scorrere nelle proprie vene sangue italiano deve volerla fortemente, costantemente; così sorgerà anche per noi il giorno in cui potrem dire di appartenere ad una grande e nobile nazione».

Video

Vuoi vedere il film-documentario Giuseppe Verdi e il Risorgimento a cura di Piero Angela?

Clicca quì